Ritorno alla Natura


La vita di campagna che conduciamo oggi è nata da un'esigenza, un richiamo verso qualcosa di diverso rispetto alla routine frenetica e chiassosa che conducevamo.


Abbiamo cominciato a coltivare qualche anno dopo esserci trasferiti in questa casa.

Non siamo contadini di origine ma perché ci piace.


Quello che sento ora, dopo l'esperienza acquisita in questi anni, è che abbiamo commesso molti errori. Inutile dire che le nostra agricoltura si distanzia molto dalle pratiche agricole di monocotura che ci circondano. Eppure per una qualche ragione abbiamo seguito le operazioni di lavorazione tipiche dell'agricoltura tradizionale. Forse non credevamo ci fosse un altro modo o che quello fosse il più efficace.


Vorrei fare un atto di umiltà e un passo indietro perché penso che il primo errore che abbiamo commesso sia stato pensare di poter correggere la Natura e di poterla adattare alle nostre esigenze. Plasmarla per poter ottenere qualcosa di meglio, a nostro vantaggio produttivo.


Arare il terreno è stato il primo madornale sbaglio.


Quello che abbiamo trovato al nostro arrivo era un terreno duro, già impoverito dalla coltivazione di grano negli anni precedenti. Un terreno che stava cercando nuovamente un suo equilibrio. Ma quando si ara il terreno si incrina per sempre l'ecosistema di quel terreno, in modi che nemmeno riusciamo a comprendere. Così facendo si crea un circolo dal quale è difficile uscire. Dal terreno spunteranno un'enormità di infestanti e cercando di ridurle (ad esempio col pirodiserbo) si peggiora solo la situazione distruggendo quel che resta del piccolo ecosistema già fuori controllo si traduce in malattie crittogamiche e attacchi parassitari senza precedenti. Nel migliore dei casi quel campo verrà abbandonato. A meno che non si voglia passare alla chimica e terminare l'opera di distruzione. Impensabile per noi. Quindi ci siamo arresi e abbiamo abbandonato il campo di zafferano che ora coltiviamo in vaso (quel campo è attualmente incolto ma nei miei sogni vedo cavalli e capre).



L’agricoltura tradizionale ha sempre avuto i suoi inconvenienti. Si distingue per quel processo di ripulitura del suolo, capovolgimento della terra e semplificazione biologica del terreno, finché una sola forma di vita non resta nel campo [ ... ] con l’idea che la sola cosa che deve rimanere in piedi nel campo di cavoli, devono essere i cavoli. Questo processo ha posto un sacco di problemi al contadino. Arare la terra e seminarvi un solo raccolto fa diminuire rapidamente la fertilità del suolo e richiede che il terreno venga ingrassato con concimi animali, vegetali decomposti, fertilizzanti chimici o una leguminosa miglioratrice come il trifoglio. La diminuzione di fertilità porta ad un indebolimento delle piante che diventano così più attaccabili dalle malattie e dalle infestazioni di parassiti.


Nella storia e nella tradizione dei Nativi Americani i lavori agricoli erano svolti dalle donne. Ma dopo l’intervento degli europei e dei “nuovi” metodi agricoli che sostituirono pacciamatura naturale con aratura del terreno mediante l’utilizzo di animali da lavoro. Gli uomini irochesi che per secoli si erano occupati della caccia e della pesca divennero agricoltori, non perché il lavoro fosse diventato troppo pesante per le donne, ma perché aumentò esponenzialmente. Erbacce, malattie delle piante e insetti nocivi, necessità di fertilizzanti.. stesso ciclo che spiegavo prima in un estratto degli Akwesasne Notes.


Le soluzioni europee a questi problemi sono costose, creano inquinamento e producono cibo degradato. Mentre l’aumento della meccanizzazione contribuisce ad espellere dalla terra le gente che praticava una vita agricola e invece arricchisce gli industriali.


Le tecniche dell’agricoltura naturale producono gli stessi raccolti dell’agricoltura chimica e meccanizzata, sono molto meno distruttive per l’ambiente, richiedono meno lavoro e permettono alla gente di riportare l'agricoltura a dimensioni più umane.


Il nostro approccio iniziale all'agricoltura tradizionale (o “europea” che dir si voglia) che abbiamo conseguito è stato letale per i nostri terreni, nonostante la nostra filosofia di agricoltura biologica.


Quello che ho capito dal nostro fallimento è che non si può avere un approccio parziale, tenere un piede in due scarpe non ci fa portato nulla di buono.


I Popoli Naturali hanno un forte legame comune nel mondo. [ ... ] Il vero scopo dell’agricoltura naturale non è far crescere i raccolti, ma la coltivazione e il perfezionamento degli esseri umani.


In questo credo.


Confido nella Natura nella sua infinita saggezza. Nelle invisibili connessioni che ci legano indissolubilmente gli uni agli altri e alla nostra Madre Terra. Il percorso di modernizzazione intrapreso dall’uomo ci ha condotto troppo lontani dalle nostre origini e ci ha resi quasi incapaci di percepire quelle energie.


Io credo che ciò che è necessario fare ora è scrutare dentro noi stessi per poter guardare al futuro con occhi nuovi; e lasciare questa terra un posto migliore di come la abbiamo trovata al nostro arrivo, dura e arida.


Se vuoi approfondire la tematica ti consiglio di leggere “La rivoluzione del filo di paglia” di Masanobu Fukuoka, Quaderni di Otignano Libreria, Editrice Fiorentina.


Come proseguiremo nel nostro percorso agricolo è scritto tra quelle pagine.

Contemplo il fallimento, ma ancora di più il viaggio che ci attende.



#agricolturanaturale

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